Piacevolmente travolti dal tifone estivo “Vasco”, noi cattolici modenesi ci siamo dimenticati di leggerne il significato. Prima impauriti, poi sorpresi, infine entusiasmati (o quasi) dal Modena Park, non ci siamo chiesti quale messaggio la nostra chiesa abbia ricevuto da Vasco.

Abbiamo detto chiaro che Vasco val bene una messa (Nostro Tempo, 02.07.17). Sfogliando l’album dei ricordi, ci è ritornato alla mente che, a Modena, l’ultima grande mobilitazione di popolo (con numeri di gran lunga inferiori, ma non con minore entusiasmo) l’aveva fatta Giovanni Paolo II nel 1988. Don Erio ha salutato l’evento musicale di Modena Park con un sacrosanto “finalmente anche le cose belle fanno notizia!” (Nostro Tempo, 09.07.17). D’accordo. A questo si deve aggiungere, per contrappunto, che Vasco è uno dei prodotti meglio riusciti dell’industria musicale italiana, la quale proprio a Modena Park ci ha fatto vedere con chiarezza che il successo artistico non è quasi più frutto di talento personale, ma è la risultante di un’efficientissima macchina organizzativa e mediatica.

E allora che cosa ci ha detto Vasco? “Finché eravamo giovani, era tutta un’altra cosa. Chissà perché? Forse eravamo stupidi, però adesso siamo cosa? Quella voglia di vivere che c’era allora, chissà dov’è? Che cosa è stato a cambiare così? Mi son svegliato ed era tutto qui”.

Vasco ha cantato il disincanto, il suo e il nostro. “Voglio trovare un senso a questa sera, anche se questa sera un senso non ce l’ha”. È un bellissimo commento al tragitto dei discepoli verso Emmaus; ecco, in tutta sincerità, la Chiesa in uscita: stanca, delusa, nostalgica, appesantita. Nessuna retorica: non nascondiamoci dietro a un dito e ammettiamo che anche per noi la storia, questa nostra storia “un senso non ce l’ha”. Non lo ha mai avuto? Lo abbiamo smarrito per la strada? Probabilmente, la seconda.

Ma il mondo non finisce al nostro disincanto, perché anche “se non ha un senso, domani arriverà lo stesso”. Ecco un’umanità e una Chiesa che si lascia baciare dal vento, che non ha paura di sprecare il suo tempo, che gode delle belle sorprese che riserva la vita. E poco alla volta il mondo si reincanta e torna la voglia di “trovare un senso a questa situazione”, in cui da anni viviamo incerti e smarriti. E rinasce il desiderio di andare incontro con fiducia al domani, che “ormai è qua”: proprio come il regno di Dio.

Vasco canta il mondo reincantato da una presenza amica. “Ogni volta che viene giorno, ogni volta che ritorno, ogni volta che cammino e mi sembra di averti vicino”: è la confidenza sussurrata a chi abita il più profondo del nostro cuore, a chi è simbolo umano dell’amore più grande e irraggiungibile. È la prossimità premurosa di “ogni volta che qualcuno si preoccupa per me”. È questa vicinanza che mi fa accettare l’“ogni volta che non sono coerente”, l’ogni volta dell’assenza e della solitudine, l’ “ogni volta che torna la sera e mi prende la paura”. È una potente metafora dei Getsemani, quando la fatica di vivere è troppo pesante per le nostre povere spalle. Questa intimità carica di presenza dà senso anche all’“ogni volta che rimango con la testa tra la mani e rimando tutto a domani”.

Vivere non è affogarsi nel torpore del rinvio. Il tempo! Sì, è la stoffa del nostro vivere. Ma c’è qualcosa di ancor più grande e decisivo: “un ricordo senza tempo”; “sorridere dei guai”; avere la voglia di “stare spento”. Queste sono le azioni necessarie per “poi pensare che domani sarà sempre meglio”, per “sperare di star meglio”, “per non essere mai contento”. “Vivere è come stare sempre al vento”, esposti alle folate pungenti del non-ancora e alle inquietudini di una promessa. “Senza perdersi d’animo mai”. Senza rinunciare a ciò in cui si crede: “combattere e lottare contro tutto!”, con la tenacia del profeta.

Il mondo, di cui Vasco è messaggero, è una città popolata di tante “cose che sembrano più grandi, sembrano pesanti”. E lo sono. È la città delle molte verità, “tutte qua”, ammucchiate intorno a noi, senza un ordine d’importanza. È il mondo delle mille opportunità: “cosa non farei…”. Ma è anche il mondo dell’unica cosa che conta: “cosa non darei per stare su una nuvola”. Chiamarsi fuori dal frastuono vorticoso, competitivo, escludente della città “per vivere su un’isola”. Fuga dalla realtà? O spazio dell’utopia? Regalarsi il tempo “per vivere una favola”, per sognare a occhi aperti un mondo diverso. Che cosa raccontava Gesù ai suoi discepoli, se non questo? Li esortava a volere “proprio quello che non si potrebbe”: essere suoi amici (e non suoi servi), vivere da figli del Dio-Abbà (e non da sudditi dell’Essere Supremo). Insegnava loro a fare “quello che non si farebbe”: prodigarsi per i poveri e gli esclusi. E a dire “quello che non si direbbe”: gridare il Vangelo dai tetti. Ma senza smettere di vivere con i piedi per terra: “non si può sorvolare le montagne”. E dopo la risurrezione a Pietro preannunciò: “non puoi andare dove vorresti andare”. “Non si può fare solo quello che si vuole. Non si può spingere solo l’acceleratore”. “Ci può solo accontentare”: perché siamo sempre sovrastati da qualcosa di infinitamente più grande.

Non si deve cristianizzare Vasco a tutti i costi: il suo messaggio è sempre intriso di un disincanto radicale, che fa a pugni con una fede fanciullesca. “Ogni cosa resta qui”: la morte è perdersi nel nulla. “Qui si può solo piangere”: ma che cosa diciamo di diverso nel Salve Regina? “E alla fine non si piange neanche più”: perché anche le lacrime finiscono? o perché una consolazione e un consolatore albeggiano nel nostro cuore?

Il disincanto cantato da Vasco non è disillusione, ma inquietudine. Assomiglia a quella raccontata dal giovane Agostino nelle Confessioni: “Ed è sempre quando sono lì, che io ritornerei. Ed è sempre quando sono qui, che io ripartirei”. Moto perpetuo. Una vita senza patria e senza pace. La vita interiore è ricerca infinita di “quello che non c’è”. Se si guarda la vita calcolando i risultati previsti, “si può solo perdere”. Ma se – come insegna Leopardi – si valuta tutto con il metro dell’attesa, “alla fine non si perde neanche più”. Nella prospettiva del non-ancora, l’inquietudine è vincente, come la debolezza.

Ci siamo raccontati per anni che Vasco è il vate della trasgressione e della vita spericolata, dell’individualismo tormentato e gaudente. Lo stupore del Modena Park ha fatto cadere un po’ di pregiudizi e di chiusure. E ci ha fatto finalmente assaporare la sua poesia leggera e tragica a un tempo, che canta un mondo di relazioni vere, di emozioni profonde, di persone ferite (Sally) e trasuda di tenerezza per la vita (Albachiara). Vasco si racconta come un uomo scentrato rispetto alla competitività della società odierna: è uno che confessa da quarant’anni che “soddisfatto di me in fondo in fondo non sono mai stato”. Un uomo che ammette di scappare da se stesso e dalla vita, alla ricerca spasmodica di quella libertà, che rimane il più grande bene dell’umanità, ma anche il suo sogno più ossessionante e irraggiungibile. Forse è proprio quel messaggio “liberi liberi siamo noi, però liberi da che cosa”, che il 1 luglio ha creato una seconda Modena e l’ha radunata al parco Ferrari. Efficienza mediatica, certo. Ma la “combriccola” di Vasco ha risposto a un richiamo più profondo e intimo: “chissà cos’è?”. È la domanda di un popolo che cammina errante, affamato e assetato sotto il sole. È la domanda di chi comincia a riconoscere una presenza amica e premurosa al proprio fianco.

Paolo Boschini

Dal 1957, ogni settimana, vi raccontiamo la vita della comunità diocesana di Modena-Nonantola e non solo: attenzione al nostro territorio, al sociale e alla Chiesa tutta.